Testi per l’intuizione [LXXVI]

La Rivista “L’Età dell’Acquario
Ci sono brani di poesie, di libri, di memoriali atti a suscitare l’intuizione del lettore. Il loro significato va oltre le parole e le immagini evocate. È così per questo brano tratto dalla rivista “L’Età dell’Acquario” n. 26 (luglio-agosto 1983) e intitolato “Artemide ed Endimione” pp. 38-39:
“Gianbattista Vico (il filosofo e pensatore nato a Napoli il 23 giugno 1668 e ivi morto il 23 gennaio 1744) fu il primo a cercare di spiegare la ragione dei miti. Qui proponiamo un esercizio di psicotematica, ricordando che i miti rivestono con le parole il simbolo di energie spirituali. L’illustrazione riguarda il mito di Artemide ed Endimione, quadro di Sebastiano Ricci che si trova nel Department of Environment, Chiswick House, Londra.
Endimione, figlio di Giove e di Càlice, fu un bellissimo pastore della Caria. Giove, avendolo sorpreso in amoroso abbandono con Giunone, l’avrebbe condannato a un sonno perpetuo in una grotta nel monte Latmo.
Secondo un’altra versione del mito: sarebbe stato Endimione a pregare Giove di farlo dormire in eterno per non essere soggetto all’odiata vecchiaia.
Artemide (la dea Diana dei Romani) innamoratasi di lui, tutte le notti andava a visitarlo nella sua forma lunare e a baciarlo con la sua pallida luce. Artemide, la dea delle arti magiche, della castità e della fedeltà coniugale, figlia di Giove e di Latona, simbolizza la luce lunare, come il fratello gemello Apollo, quella solare.
Era conosciuta e adorata dagli antichi Greci sotto tre differenti rapporti: come divinità celeste, terrestre e infernale. Come divinità celeste era la Luna che, con le sue fasi, esercitava un benefico influsso sulla natura.
È sotto questo aspetto che Artemide ama Endimione. Secondo i pettegolezzi di allora questo amore non fu così casto come si potrebbe pretendere dalla dea della castità, perché pare che dalla loro unione siano nate cinquanta figlie e un maschio, Etolo. Per salvare il buon nome della dea fu poi creato un mito che dava Asterodia come madre di Etolo.
Come divinità terrestre, Artemide era la dea della Caccia, regina dei boschi e delle selve, a cui ubbidivano le sessanta ninfe, figlie dell’Oceano. Come divinità infernale, Artemide prendeva il nome di Ecate o Proserpina, a cui si attribuivano tre teste (le sue tre fasi lunari). Il nome Ecate deriva da ècaton (=cento) che si riferisce alle cento vittime che le erano sacrificate nell’antichità, ed ai cento anni durante i quali dovevano errare, sulle rive dello Stige, le anime dei morti che non avevamo avuto sepoltura.
Il tempio che fu consacrato alla dea Artemide a Delfo, fu considerato nell’antichità come il più splendido del mondo. Divenuta divinità latina, sotto il nome di Diana, essa fu assunta, insieme al fratello Apollo, a protettrice di Roma. Veniva festeggiata agli Idi di agosto, considerato giorno festivo per gli schiavi.
Per gli alchimisti Artemide-Diana è la materia al bianco, colore che appartiene all’Opera prima del rosso, chiamato Apollo. Quando gli alchimisti le danno il nome di Luna intendono riferirsi alla loro acqua mercuriale.
Il corpo umano è formato da quattro elementi, o da cinque, secondo come si considera la natura, ed è energia duale (positivo-negativo / Sole-Luna / buono-cattivo, ecc.) che lo spinge a vivere, a inconsciamente chiedere energia alla Realtà Spirituale (che è il Tutto o Antimateria)”.

Articolo tratto dal numero di settembre-ottobre 2023 della Rivista Italiana di Teosofia.