L’agire come rito libero da aspettative

agire come rito libero da aspettative
Pur nella realtà delle difficoltà del tempo presente, si avvertono segnali di una comprensione più profonda della vita, un processo che richiede la disponibilità a un mutamento radicale.
I condizionamenti del passato si sciolgono nel fuoco del perdono, trasformando il vissuto in un’offerta totale e senza riserve. L’inerzia nata dalla paura viene superata da un’azione fiduciosa, capace di infrangere i filtri mentali che restringono la realtà.
L’esistenza si rivela immensamente più vasta di ogni opinione, un flusso sacro da accogliere con uno sguardo privo di giudizio. Svanisce ogni frattura tra la ricerca interiore e il gesto quotidiano, poiché spirito e materia sono volti diversi di un’unica essenza.
L’agire diventa allora un rito libero dall’attaccamento ai frutti, il solo mezzo per permettere alla vita di fiorire nel mondo.
La vita mostra così il suo lato benedetto e se, filosoficamente, azione e inazione hanno lo stesso valore, nella concretezza del trimundio sovvengono le parole della “Bhagavad Gita”: “Compi dunque l’azione dovuta, perché l’agire è migliore dell’inattività; senza l’azione non sarebbe possibile far sopravvivere il tuo corpo. Al di fuori dell’azione basata sul sacrificio [agire non vincolante] il mondo è vincolato all’azione; compi dunque l’azione in funzione sacrificale, libero da attaccamento”.

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