Fata Morgana: memorie dall’invisibile
Si è conclusa a Milano il 4 gennaio scorso la mostra “Fata Morgana: memorie dall’invisibile”.
L'esposizione, che ha tratto ispirazione anche dal poema Fata Morgana, scritto da André Breton nel 1940, è stata ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi con la curatela di Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini.
“Fata Morgana: memorie dell’invisibile” è stata dedicata a pratiche artistiche ispirate all’invisibile, all’automazione psichica e alla trance come modalità di creazione e ha intrecciato storia, arte e misticismo in un viaggio attraverso visioni, estasi, apparizioni e immaginari alternativi per esplorare il rapporto tra arte, occulto e dimensioni interiori.
Al centro della mostra ha avuto un posto di rilievo il prezioso nucleo di sedici opere di Hilma af Klint (1862-1944), leggendaria pittrice svedese che, agli inizi del ‘900, sviluppò un linguaggio astratto del tutto originale, precorrendo pionieri come Wassily Kandinsky e Piet Mondrian.
Da segnalare che nella parte inziale dell’esposizione erano presenti le celebri tavole illustrative de “Le Forme Pensiero”, il testo di Annie Besant e Charles Webster Leadbeater, pubblicato nel 1905, che tanto ha influenzato l’arte moderna. Purtroppo né la parte illustrativa né il catalogo rendano merito a chi collaborò con i due autori e preparò materialmente le tavole seguendo le loro indicazioni, cioè il pittore John Varley Jr. - nipote del più noto acquarellista John Varley (amico di William Blake) – il signor Prince (artista che frequentava i circoli teosofici) e la signorina Macfarlane, artista di talento.
Tra le altre opere esposte segnaliamo in particolare quelle di Emma Kunz (1892-1963), di Emma Jung (1882-1955), di Olga Frobe-Kapteyn (1881-1962) e di Judy Chicago (n. 1939), con la sua straordinaria serie denominata “Fiori di carne”.
“Fata Morgana: memorie dell’invisibile” ha saputo evidenziare come, in diversi momenti storici, pratiche considerate eccentriche abbiano scardinato convenzioni artistiche e sociali, mettendo in discussione gerarchie di genere, autorità scientifiche e limiti del pensiero razionale.
Una mostra dunque con alcuni elementi di sicuro interesse ma anche con un allestimento molto medianico e a tratti funereo. E con un catalogo che trascura, purtroppo, le immagini di molte opere importanti.
(Photo by courtesy of the Hilma af Klint Foundation=.
L'esposizione, che ha tratto ispirazione anche dal poema Fata Morgana, scritto da André Breton nel 1940, è stata ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi con la curatela di Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini.
“Fata Morgana: memorie dell’invisibile” è stata dedicata a pratiche artistiche ispirate all’invisibile, all’automazione psichica e alla trance come modalità di creazione e ha intrecciato storia, arte e misticismo in un viaggio attraverso visioni, estasi, apparizioni e immaginari alternativi per esplorare il rapporto tra arte, occulto e dimensioni interiori.
Al centro della mostra ha avuto un posto di rilievo il prezioso nucleo di sedici opere di Hilma af Klint (1862-1944), leggendaria pittrice svedese che, agli inizi del ‘900, sviluppò un linguaggio astratto del tutto originale, precorrendo pionieri come Wassily Kandinsky e Piet Mondrian.
Da segnalare che nella parte inziale dell’esposizione erano presenti le celebri tavole illustrative de “Le Forme Pensiero”, il testo di Annie Besant e Charles Webster Leadbeater, pubblicato nel 1905, che tanto ha influenzato l’arte moderna. Purtroppo né la parte illustrativa né il catalogo rendano merito a chi collaborò con i due autori e preparò materialmente le tavole seguendo le loro indicazioni, cioè il pittore John Varley Jr. - nipote del più noto acquarellista John Varley (amico di William Blake) – il signor Prince (artista che frequentava i circoli teosofici) e la signorina Macfarlane, artista di talento.
Tra le altre opere esposte segnaliamo in particolare quelle di Emma Kunz (1892-1963), di Emma Jung (1882-1955), di Olga Frobe-Kapteyn (1881-1962) e di Judy Chicago (n. 1939), con la sua straordinaria serie denominata “Fiori di carne”.
“Fata Morgana: memorie dell’invisibile” ha saputo evidenziare come, in diversi momenti storici, pratiche considerate eccentriche abbiano scardinato convenzioni artistiche e sociali, mettendo in discussione gerarchie di genere, autorità scientifiche e limiti del pensiero razionale.
Una mostra dunque con alcuni elementi di sicuro interesse ma anche con un allestimento molto medianico e a tratti funereo. E con un catalogo che trascura, purtroppo, le immagini di molte opere importanti.
(Photo by courtesy of the Hilma af Klint Foundation=.

