4 febbraio 2012

L'editoriale

La Vita permea la manifestazione del tutto

In un universo in costante movimento e percepito dall’essere umano attraverso le dimensioni dello spazio e del tempo, l’esistenza e la morte paiono rincorrersi, esprimere le facce di un’unica medaglia, suffragare con la loro realtà il ritmo delle cose, il succedersi delle stagioni, l’alternanza delle energie, il giorno e la notte.
E l’uomo continuamente si interroga sul significato della sua esistenza, scandita certo dalla realtà del dolore, ma comunque in grado di fargli aprire il cuore e la mente verso una consapevolezza che va oltre l’identificazione con la personalità.
Una esistenza che è anche capace di suggerirgli la percezione di “polvere d’eternità” nella materia e di fargli comprendere che il Bello ed il Buono aprono la porta al Vero ed alla dimensione sacra dell’esistenza.
Riflettere dunque sul significato dell’esistenza vuol dire anche riflettere sul significato della morte e pure del post mortem. E proprio questo si è fatto a Roma in occasione del XVIII Seminario su “La vita dopo la vita secondo l’insegnamento teosofico” organizzato congiuntamente dalla Società Teosofica Italiana e dalla Federazione Teosofica Europea, presente sia con la sua presidente Tran-Thi Kim Dieu che con tutti i componenti del Comitato Esecutivo: Marja Artamaa, Carlos Guerra, Marie Harkness, Irena Kristan, Nano Leguay, Patrizia Moschin Calvi, Elisabeth Schmidt José Tarrago.
Le relazioni del Seminario sono state raccolte in questo numero di luglio della Rivista Italiana di Teosofia e rappresentano un importante contributo per lo studio e per l’approfondimento.
La letteratura teosofica ha fornito e fornisce preziosi materiali per la comprensione della realtà e del significato dell’esistenza. Nel concetto di Vita Una si racchiude l’equilibrio fra ciò che viene definito spirito e ciò che viene descritto come materia. La Vita permea la manifestazione ed il Tutto è Uno, al di là della frammentaria espressione che ci fa percepire uno spazio che è tempo.
Nell’incessante fluire dell’apparente l’essere umano può cogliere il vero e profondo significato di ciò che viene chiamato morte. Attraverso l’osservazione neutrale e non diretta da uno scopo la morte si slega dalla dimensione del dolore e del tempo e diviene “porta” per un’altra esistenza che altro non è che una sfaccettatura di quel prisma che rappresenta la Vita nella dimensione spazio temporale. Questo concetto apre la possibilità alla comprensione dell’affermazione filosofico- religiosa che sottolinea come la consapevolezza sia “un morire giorno dopo giorno della personalità al transeunte, all’effimero, a ciò che si misura”.
Nel silenzio e nell’osservazione non diretta la Vita svela il suo lato benedetto, che è amore, compassione e non identificazione.
Affermava Gandhi: “Prendi un sorriso e regalalo a chi non l’ha mai avuto. Prendi un raggio di sole e lancialo là dove regna la notte. Scopri una sorgente ed immergi in essa chi vive nel fango. Prendi il coraggio e infondilo nell’animo di chi non sa lottare. Scopri la vita e raccontala a chi non sa capirla”.

Antonio Girardi

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