4 febbraio 2012

L'editoriale

Quando il tempo finisce

La vita degli esseri umani, com’è percepita dai sensi, è legata al fluire del tempo e prevede una nascita, uno sviluppo ed una fine di tutte le cose e di tutti gli esseri. La “misura” del tempo è però differente a seconda dei regni di appartenenza e persino dei singoli esseri. Ne deriva una vera e propria complessità, con ritmi e respiri differenti, sottoposti sì a delle leggi generali, ma in grado di mostrare un gran numero di variabili.
La variabilità del fattore tempo percorre tutto l’universo e incardina il singolo individuo alla storia, ma anche alla sua cronaca personale, alle sue qualità di uomo come specie ma anche a quelle della sua individualità.
L’uomo non solo è condizionato dai ritmi del tempo, dalle sue stagioni e cicli, ma tende a sua volta a strutturare il tempo stesso, suddividendolo e misurandolo, attribuendogli così un valore psicologico ed economico che va ben oltre le necessità del vivere.
In un coacervo di sub-strutturazioni l’essere umano si trova poi ad avere difficoltà a vivere il momento presente, stretto com’è fra un passato condizionante e che ha generato mappature, schemi e contenuti interpretativi che si impongono e che deformano la realtà ed un futuro che non c’è ancora, ma che risulta caricato di proiezioni e di speranze, di aspettative e di attese riconducibili ad elementi largamente condizionati dai valori famigliari e sociali.
L’attimo presente, la vita così com’è, sfugge ai più e l’osservazione e l’ascolto vengono esiliati.
Talora la morte di una persona o di un essere amato ci riporta per un attimo alla dimensione della necessità di comprensione dell’Eterno, ma poi la corsa riprende affannosa, con il trionfo della mente concreta e delle emozioni.
Possiamo chiederci o, forse, dobbiamo chiederci se vi sia in queste dinamiche una concreta possibilità di riscatto, in grado di far risuonare in noi la Voce del Silenzio ed il canto della Bellezza.
Questa possibilità c’è ed è tutta racchiusa nel processo di Osservazione del reale. Un’osservazione libera, umile e neutrale e non condizionata dal vissuto e dalle regole, ma attenta al canto della vita, alle sue espressioni e possibilità. Solo allora la vita svela il lato benedetto e fra il cuore e la mente viene creato un collegamento che non è discriminazione o misurazione, ma sintesi ed intuizione.
Allora il tempo finisce e la sacralità ed eternità del vivere risuonano dentro e fuori di noi, anche nel canto di versi del Rig Veda con cui si apre La Dottrina Segreta:
“Nulla esisteva; né il cielo luminoso,
Né l’immensa volta celeste al di sopra delle nostre teste,
Che cosa vi era per coprire tutto? Per tutto proteggere?
Per tutto celare?
Era forse l’abisso insondabile delle acque?
Non esisteva morte – eppure niente era immortale;
Nessun limite fra il giorno e la notte;
L’Uno solo respirava senza Soffio di per Sé stesso;
Dopo, nient’altro vi fu all’infuori di Lui…
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Tu eri. E quando la fiamma sotterranea
Spezzerà la sua prigione e distruggerà la forma,
Tu sarai ancor come eri prima
E non conoscerai cambiamento quando il tempo non sarà più.
O pensiero senza fine, divina ETERNITÀ”.

Antonio Girardi

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