10 luglio 2018

Pagine dalla letteratura teosofica

la morte...e poi?
“La morte… e poi? Verso la reincarnazione”, di A. Besant, (Edizioni teosofiche italiane, Vicenza, 213), pagg. 86-88.
Pubblicato sulla Rivista Italiana di Teosofia di giugno 2018.

Nella parziale libertà del “Devachan”, l’Eterno Pellegrino assimila le sue esperienze terrene, ancora quasi completamente dominato da esse, sicché la vita devachanica è semplicemente una continuazione sublimata della vita terrena.
Gradatamente egli se ne libera sempre più, a misura che riconosce tale esistenza come transitoria ed esterna, finché può muoversi attraverso qualunque regione del nostro universo con una coscienza ininterrotta, l’autocoscienza, vero Signore della Mente, Dio libero e trionfante. Tale è il trionfo della Natura Divina che si manifesta nella carne, la sottomissione di ogni forma di materia, per essere un obbediente strumento dello Spirito.
Così disse il Maestro: “L’Ego spirituale si muove nell’eternità simile ad un pendolo fra le ore della vita e della morte ma, se queste ore o periodi di vita terrena e di vita postuma sono limitati nella loro continuità ed anche se il numero stesso di tali interruzioni nell’eternità fra sonno e veglia, fra illusione e realtà, ha il proprio principio e la propria fine, il Pellegrino Spirituale è per se stesso eterno. Perciò, quando senza veli si trova faccia a faccia con la verità e i brevi miraggi della sua esistenza terrena sono lontani da lui, le ore della sua vita postuma costituiscono o formano, nelle nostre idee, la sola realtà. Tali interruzioni – che pur essendo finite rendono duplice servizio al ‘Sutratma’ il quale, costantemente perfezionandosi, segue senza vacillare, benché lentamente, il cammino che conduce alla sua ultima trasformazione quando, raggiungendo finalmente la sua meta, diventa un Essere Divino – non solo contribuiscono
al raggiungimento di questa meta, ma senza queste interruzioni ‘Sutratma-buddhi’ non potrebbe mai raggiungerla. ‘Sutratma’ è l’attore e le sue numerose incarnazioni sono le parti dell’attore. Suppongo che non vorreste assegnare a queste parti, e tantomeno ai loro costumi, il termine di personalità. Come un attore, l’Anima è vincolata a sostenere, durante il ciclo di nascite sino alla soglia stessa di ‘Paranirvana’, molte parti similari, che spesso le sono spiacevoli ma, come l’ape raccoglie il miele da ogni fiore e lascia il resto a nutrimento dei vermi della terra, così la nostra individualità spirituale, il ‘Sutratma’, raccogliendo solo il nettare delle qualità morali e della coscienza da ogni personalità terrena della quale si deve rivestire, spinto dal karma riunisce infine tutte queste qualità in una sola, essendo divenuto un essere perfetto, un ‘Dhyan-Chohan’”1.

Note:
1. “Notes on Devachan”.